martedì 23 giugno 2009

PRECARI PER SEMPRE. «VIOLATI DUE ARTICOLI DELLA COSTITUZIONE»


Oggi la Corte costituzionale avvia l’esame della norma che consente alle aziende di evitare il reintegro, anche quando è stato deciso dal giudice, pagando come indennizzo un minimo di 2,5 e un massimo di 6 mensilità. Il caso dei «trimestrali» assunti a tempo determinato da Poste italiane

Questa volta il ministro Brunetta non c’entra. A tagliare le gambe ai diritti (anche a quelli già acquisiti) dei precari è una norma della Finanziaria, la cui paternità non è stata riconosciuta da alcuno. La formulazione è complessa, ma la traduzione molto semplice: anche chi ha vinto una causa di lavoro che prevede il reintegro a tempo indeterminato può essere mandato a casa senza tanti problemi e con un esborso neanche tanto alto: da da due mensilità e mezzo a sei.
Oggi la Corte costituzionale comincia a esaminare la norma. Ben sedici autorità giudiziarie, infatti, hanno sollevato il dubbio dell’incostituzionalità. Domenico Armati, uno tra i massimi esperti italiani di Diritto del lavoro, non ha dubbi: «È una scandalosa barbarie. Si procura un danno enorme a lavoratori che hanno avuto il loro diritto riconosciuto da un giudice e si violano almeno due articoli della Costituzione. Prima di tutto l’articolo 3, cioè il principio di uguaglianza davanti alla legge: la norma riguarda solo i giudizi in corso. Poi l’articolo 104, quello che sancisce l’indipendenza della magistratura, perché, intervenendo appunto su processi ancora in svolgimento, la norma prevarica i giudici».
Ma all’esame della Corte costituzionale ci sono anche altri provvedimenti dei governi di centrodestra in materia di contratti a tempo determinato. Si tratta dell’articolo 1 del decreto legislativo 368 del 2001 sulle «esigenze sostitutive» e la norma della 266 del 2005 che autorizza le aziende ad assumere a tempo determinato senza che debbano specificare il motivo per cui è stata scelta questa forma contrattuale. «Queste norme - sottolinea l’avvocato Sergio Galleano - hanno messo da parte i principi della direttiva che nel 1989 aveva stabilito una serie di limiti all’uso del contratto a tempo determinato e, di fatto, hanno aperto le porte al suo abuso».
Quanto alla norma che consente di sostituire il reintegro con il pagamento di alcune mensilità a titolo di indennizzo, uno dei casi simbolo è quello dei «trimestrali» di Poste italiane. «Secondo Poste italiane - spiega l’avvocato Galleano - i casi sarebbero addirittura 150mila. Un numero tanto alto da richiedere che la controversia non venga risolta dai giudici, ma da una legge ad hoc. Noi invece stimiamo che i casi totali, comprendo anche altre aziende come Rai e Telecom e siano 5-6000».
L’estate scorsa, appena il provvedimento fu annunciato, scoppiò la polemica: «L’emendamento sui contratti a termine - spiegò il ministro Sacconi - è di carattere transitorio ed esclusivamente riferito ai giudizi in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto. Riguarda quindi una platea limitata di destinatari, interessati quasi esclusivamente a controversie con la società Poste Italiane».
Il primo caso in cui è stata sollevata la questione di costituzionalità riguarda una lavoratrice di Andria. Nell’ottobre 2008 la Corte di Appello di Bari le ha dato ragione e ha investito la Consulta. La lavoratrice era in servizio nell’ufficio postale di Andria nel 2005 quando fu assunta per tre mesi alla scadenza dei quali il suo contratto non fu rinnovato. Secondo la Cgil, che ha patrocinato il ricorso della dipendente, l’assunzione aveva invece tutti i caratteri di un rapporto a tempo indeterminato. In primo grado il tribunale ha dato ragione alle Poste. Poi, in appello, la sospensione in attesa del giudizio sulla costituzionalità.
L’ufficio legale di Poste Italiane ha dalla sua una sentenza del Tribunale di Roma che «ha ritenuto di escludere ogni contrasto dell’articolo 4 bis con le norme della Costituzione, rilevando che la citata disposizione contiene una disciplina - che pur in ragione della eccezionalità del momento è comunque limitata nel tempo - è finalizzata ad arginare l’eccessivo ampliamento dell’organico delle imprese incidendo sul loro equilibrio economico-finanziario e sulla loro competitività». La memoria dei difensori di Poste italiane, cita poi un passo delle motivazioni nel quale il giudice estensore definisce la norma «in linea con la filosofia di fondo della manovra adottata dal Governo e giustificata dalla esigenza di tutelare l’interesse generale al buon andamento dell’economia del Paese, conseguire tassi di incremento del PIL e sostenere la competitività dell’intero sistema Italia».
Dopo il caso di Andria altri giudici e altre corti di tutta la penisola hanno ritenuto «non infondata questione di legittimità costituzionale» sull’utilizzo dell’articolo 4 bis. Da Trieste a Genova, da Roma alla Campania, in pochi mesi i casi sono arrivati a essere una decina. La Consulta li ha unificati in un solo giudizio, quello che comincia oggi.
Il primo caso di applicazione della norma, col licenziamento in tronco di nove lavoratori, fu segnalato dall’Unità lo scorso 8 ottobre. Riguardava non Poste Italiane, ma «Strada dei Parchi», la concessionaria delle autostrade A/24 Roma-Teramo ed A25 Torano-Pescara. L’azienda, il cui pacchetto di maggioranza è nelle mani del gruppo Toto, ha usato l’articolo 4bis licenziando quattro lavoratori che erano stati reintegrati a tempo pieno ed indeterminato a seguito di sentenze favorevoli del giudice del lavoro di Roma nell’anno 2007 che riconosceva, anche, la nullità dei contratti a tempo determinato di molti altri precari che nella medesima azienda venivano continuamente assunti e licenziati da oltre 10 anni. Nelle lettere di licenziamento, si arrivava addirittura a richiedere ai lavoratori di restituire le indennità risarcitorie che il giudice aveva riconosciuto loro.
Da quell’articolo sono nate due interrogazioni parlamentari. Una a firma dell’onorevole Giovanni Lolli e una a nome dell’onorevole Cesare Damiano. La risposta del governo è illuminante. Ecco come la destra considera i precari. Il sottosegretario al Lavoro Viespoli scrive scrive: «Come ampiamente emerso nel dibattito estivo che ha accompagnato l’approvazione della legge n. 133/2008, l’intervento del Governo in materia di contratti a termine risultava funzionale all’obiettivo di non abbassare il livello sostanziale di tutele dei lavoratori assunti a termine e consentire, al tempo stesso, di salvaguardare i livelli occupazionali e la tenuta finanziaria di alcune grandi imprese già accordatesi con le parti sociali per gestire in modo condiviso e sostenibile il contenzioso in atto e risalente nel tempo. Come a dire si tratta di un ricatto: abbiamo fatto un favore alle aziende perché, diversamente, rischiavano di fallire e quindi anche i posti di lavoro a termine sarebbero spariti».
Dei quattro licenziati di Autostrade dei Parchi nel frattempo uno ha trovato un accordo extragiudiziale per un part-time e il mantenimento del risarcimento. Gli altri 3 sono in attesa.
MASSIMO FRANCHI

23/06/2009 | Unità | Lavoro

fonte:www.cgil.it

Della Valle licenzia ingiustamente un delegato FILTEA - CGIL e perde


Tra rappresentante sindacale e datore di lavoro è improponibile qualsiasi vincolo di subordinazione

Il Giudice del Tribunale di Ascoli Piceno dispone il reintegro nel posto di lavoro di un Rappresentante Sindacale della FILTEA CGIL , ingiustamente licenziato da Diego Della Valle, patron della Tod's.

Il rappresentante sindacale si era “permesso” di criticare con toni caustici e coloriti il comportamento del titolare della Tod’s per il comportamento che egli aveva avuto nei confronti di compagni di lavoro rivendicando rispetto per se e per i colleghi.

Dice il giudice: “le espressioni usate possono certamente considerarsi esagerate e inopportune ma non vi è dubbio che inserite nel contesto rappresentino una orgogliosa rivendicazione del ruolo sindacale (si pensi alla non accettazione del Bonus come regalia concessa dal datore di lavoro e non invece come diritto acquisito attraverso contrattazione collettiva) e della dignità dei lavoratori” .

Insomma ricordare che, nella sostanza, 'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella, come ci ricordava Totò, non può essere considerata una minaccia di morte ma semplicemente un “richiamo all’umiltà” come dice il giudice Emilio Pocci e che l’attività di rappresentante sindacale “ si pone su un piano paritetico con il datore di lavoro che esclude che sia proponibile un qualsiasi vincolo di subordinazione” come dice la Suprema Corte di Cassazione con la decisione dell’8 novembre 1995, n. 11436 come ci ricorda nella sua nota allegata Carlo De Marchis.


Pubblichiamo in allegato il testo della sentenza e la nota dell' Avv. Carlo De Marchis, dottore di ricerca all’Università Federico II di Napoli



fonte:www.cgil.it

lunedì 22 giugno 2009

Sicurezza sul lavoro


17/06/2009 - È in corso, in Commissione Lavoro del Senato, l’esame del disegno di legge contenente disposizioni integrative e correttive al Decreto Legislativo 81/2008, il Testo Unico della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.
Ancora una volta il terreno di scontro tra maggioranza e opposizione è stato quello dello scenario prefigurato dagli articoli 2-bis, relativo alla presunzione di conformità alle norme per chi adotta sistemi di gestione aziendale, e 10-bis, cosiddetto “salva manager”.
L’articolo 2-bis – ha spiegato il relatore Carmelo Morra – prevede che la corretta attuazione di norme tecniche e buone prassi equivalga alla conformità alle prescrizioni di legge, mentre la certificazione (fatta da enti bilaterali e università pubbliche e private) dell’adozione e dell’attuazione dei modelli di organizzazione e di gestione aziendale e l’impiego di “macchine marcate CE” determinano una presunzione di conformità alle prescrizioni del Dlgs 81/2008.
L’articolo 10-bis (che introduce l’articolo 15-bis) delimita i responsabili delle violazioni delle norme sulla prevenzione degli infortuni e introduce alcune condizioni, ai fini dell’imputazione della responsabilità a tutti i soggetti per i quali le singole norme comminano le sanzioni. Tale articolo – ha continuato Morra – sembra limitare o quantomeno specificare il principio di cui all’articolo 40, comma 2, del Codice Penale, secondo il quale non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo. È lo stesso relatore a invitare la Commissione a valutare se tale disposizione sia conforme alla direttiva n. 89/391/CEE concernente la responsabilità del datore di lavoro in materia di sicurezza.
Il senatore Giorgio Roilo (PD) ha definito il ddl “un vero e proprio snaturamento del Testo unico” che accoglie le pressioni di Confindustria e deresponsabilizza il datore di lavoro riducendo i livelli di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. L’articolo 2-bis è a suo avviso inaccettabile perché confonde l’obbligo del rispetto della normativa (la cui responsabilità è individuale, come stabilito dall’art. 55 del Testo Unico) con l'adozione di sistemi di organizzazione e di gestione (intesi come utile supporto per rispettare gli obblighi prevenzionistici), che è volontaria e collettiva. Inoltre - ha affermato -, la certificazione dei sistemi di organizzazione e gestione viene affidata a soggetti che non hanno niente a che vedere con queste problematiche quali enti bilaterali e università, che possono certificare la bontà dei contratti di lavoro e non certo la conformità alle norme.
Secondo la senatrice Manuela Granaiola (PD), il provvedimento ha il sapore di una “controriforma”, perché abbassa i livelli di tutela dei lavoratori e offusca la cultura della prevenzione, oltre a confliggere con le norme comunitarie e costituzionali. L’Esecutivo e la maggioranza – ha fatto notare – non si limitano a semplificare ed integrare, ma disegnano un quadro normativo diverso, che deresponsabilizza i datori di lavoro, frantumandone le responsabilità in mille diversi rivoli di fatto difficilmente gestibili (responsabilità del preposto, dei progettisti, dei fabbricanti, dei fornitori, degli installatori, del medico o dello stesso lavoratore). Spariscono le responsabilità per non aver fatto il possibile per evitare situazioni di pericolo e la responsabilità dell'impresa viene totalmente assorbita dalla presenza di eventuali responsabilità colpose di uno o più subordinati.
Anche lo schema sanzionatorio viene pesantemente modificato: vengono diminuite le pene, e quelle detentive possono essere sostituite con pene pecuniarie, mentre alcune sanzioni penali si trasformano in sanzioni amministrative.
Ma il vero scandalo, ad avviso della senatrice, è rappresentato dagli articoli “salva manager”: sostanzialmente il datore di lavoro non ha mai colpa, le responsabilità ricadono sui preposti alla sicurezza e sul lavoratore stesso che, secondo la logica dello schema in esame “doveva stare più attento”. Per molti aspetti il provvedimento è vergognoso, e riporterebbe la situazione a livelli peggiori di quelli antecedenti il Testo Unico di Prodi.
Infine il senatore Paolo Nerozzi (PD) fa notare che le norme in questione hanno anche una forte valenza comunicativa e il messaggio che la modifica proposta vuole enunciare è essenzialmente politico ed è - a suo giudizio - di liberalizzazione dei comportamenti. D’altro canto, nelle audizioni, le organizzazioni sindacali dei lavoratori hanno espresso grande preoccupazione mentre le parti datoriali hanno manifestato - a suo avviso - una sostanziale non attenzione a problemi di così grande delicatezza. Esistono principi e valori sui quali non si può mediare, ed un Governo che si comporti diversamente si assume una forte responsabilità morale – ha concluso.

fonte:edilportale

sabato 20 giugno 2009

Non c'è pericolo

PREVIDENZA E ASSISTENZA


PIÙ FACILI I RIPOSI
PER ALLATTAMENTO


Il padre lavoratore può sostituire la madre anche se è casalinga. Lo ha stabilito il ministero del Lavoro. Ecco che cosa dice in merito la circolare.

Il padre lavoratore può usufruire dei riposi giornalieri anche quando la madre non ne ha diritto in quanto casalinga. Lo ha recentemente stabilito il ministero del Lavoro in una lettera circolare dove vengono recepiti gli ultimi indirizzi della giurisprudenza sul tema.

La disciplina in materia di sostegno alla maternità e alla paternità, contenuta nel D.lgs. 151/2001, riconosce alla lavoratrice madre dei riposi giornalieri, meglio conosciuti come permessi per allattamento, al fine di prestare le cure necessarie al neonato nei primi mesi di vita. Il datore di lavoro è tenuto a riconoscere, durante il primo anno di vita del bambino, alla madre che ne fa richiesta, i seguenti riposi giornalieri:

  1. due ore al giorno, anche cumulabili tra loro, se l’orario di lavoro è pari o superiore alle sei ore;

  2. un’ora al giorno, quando l’orario di lavoro è inferiore alle sei ore;

  3. i permessi sono ridotti della metà qualora la lavoratrice usufruisca dell’asilo nido o di altra struttura messa a disposizione dalla ditta.

E se sono gemellini

In caso di parto plurimo le ore di permesso vengono raddoppiate ed è facoltà del padre usufruire di quelle aggiuntive anche contemporaneamente alla madre.

Negli altri casi, i periodi di riposo sono riconosciuti al padre, in alternativa alla madre, solo in queste ipotesi:

  • nel caso in cui i figli siano affidati solo al padre;

  • quando la madre, lavoratrice dipendente, non se ne avvalga;

  • nel caso la madre non sia una lavoratrice dipendente;

  • in caso di morte o di grave infermità della madre.

Ai fini del riconoscimento del diritto ai riposi al padre, l’Inps ha sempre ritenuto che nell’ipotesi di madre non lavoratrice dipendente non rientrasse la categoria della madre casalinga.

Secondo l’interpretazione dell’Istituto previdenziale, infatti, l’espressione «madre non lavoratrice dipendente» si doveva intendere riferita solo alla lavoratrice autonoma, e dunque commerciante, artigiana, coltivatrice diretta, libera professionista, parasubordinata eccetera, avente diritto a un trattamento economico di maternità erogato dall’Inps o da altro ente previdenziale.

Alla luce di un recente orientamento della giurisprudenza amministrativa, secondo il quale anche la madre che svolge attività di lavoro casalingo deve essere compresa nella categoria delle "lavoratrici madri", il ministero del Lavoro ha modificato tale interpretazione e ha fornito un indirizzo favorevole al riconoscimento del diritto al padre lavoratore di usufruire dei riposi giornalieri anche quando la madre sia casalinga.

Nella lettera circolare citata, si riconosce inoltre che la finalità della norma in materia è quella di garantire al padre il riconoscimento di permessi per la cura del neonato, anche quando la madre è impegnata in attività diversa dal lavoro dipendente o autonomo, quale appunto è la cura quotidiana della casa e della famiglia.

fonte:famiglia cristiana

venerdì 19 giugno 2009

Contrastare la precarietà, estendere i diritti, rivendicare aumenti salariali.


La CGIL non si è presentata alle elezioni. E’ evidente. La CGIL è autonoma. E’ chiaro! Dunque possiamo esentarci da qualsivoglia commento sull’esito delle elezioni europee, provinciali e comunali che si sono tenute il 6-7 giugno? Assolutamente no!
Il voto riflette, sebbene in modo non lineare e distorto, i rapporti di forza tra le classi sociali e in modo assolutamente trasparente il peso dei partiti politici nella società italiana.
Siamo ed eravamo consapevoli – è stato alla base del nostro formarsi come sinistra sindacale organizzata con un peso visibile in CGIL – che dalla ristrutturazione capitalistica degli anni ottanta, preceduta dalla scelta sindacale delle compatibilità della fine degli anni ’70 fino all’accordo capestro del luglio 1993 sulla contrattazione, il movimento operaio organizzato si è sempre collocato sulla difensiva e che via via, anno dopo anno, ha visto erodere le conquiste fatte nell’Italia del dopoguerra. La nostra è stata la generazione della resistenza (con la erre minuscola!) all’offensiva del capitale, ma anche quella del compromesso (senza storico), della rinuncia alla lotta per la trasformazione sociale e dell’adattamento. La controriforma Dini delle pensioni e il “pacchetto Treu”, l’una nata per dare un “assetto definitivo” al sistema previdenziale, legando le pensioni all’idea di una crescita infinita e alla finanziarizzazione dei risparmi (che si sono rivelate illusorie…) e l’altra “per porre un freno alla dilagante precarietà” (sic!) hanno contribuito a dividere il mondo del lavoro e ad annichilire ruolo e peso della classe lavoratrice nella società italiana.
Processi sociali e processi soggettivi non procedono di pari passo. Noi, che eravamo i “resistenti” (sempre con la erre minuscola, mi raccomando!) abbiamo continuato, confortati dalla radicalità di settori di massa a tenerci su una linea di classe, cercando di aggiornare l’analisi e dando vita ad un’esperienza organizzata dentro il sindacato che ha contribuito in modo decisivo alla stagione di lotta del 2002-2003 e che ha contribuito a sconfiggere per due volte, nella società prima che nelle urne, la destra oggi di nuovo al governo.
Oggi il quadro politico registra impietoso, con l’esito elettorale, che quindici anni di bassi salari, di precarietà, d’aspettative deluse hanno contribuito a creare nella società italiana uno spazio enorme, che cresce, per la destra egoista, xenofoba e antisociale e restringe lo stesso spazio d’azione e d’organizzazione per il sindacato, a partire dai luoghi di lavoro, dal rapporto con gli uomini e le donne che lavorano o che vorrebbero lavorare.
Mentre annaspa in una crisi economica profonda della quale non sa ancora immaginare la via d’uscita, la borghesia italiana – più ricca e sicura di sé – pensa d’avere comunque i margini per sottrarre al lavoro la ricchezza che le serve per attendere che il mercato “risolva” la crisi sulla pelle dei lavoratori.
Ho già detto in incipit che la CGIL è autonoma. Ma l’autonomia della CGIL non ha mai impedito un rapporto, prima da cinghia, successivamente di riferimento e di osmosi, alla fine di influenza reciproca con il Partito comunista e con la sinistra socialista. Di fatto, dalla nascita della repubblica, fino alla formazione del PD, la CGIL ha sempre trovato una sponda e un interlocutore nelle istituzioni.
Le scelte del PD che è equidistante tra padroni e sindacati e tra i sindacati stessi, il carattere altrettanto interclassista del movimento di Di Pietro e la sconfitta elettorale dei movimenti che considerano la CGIL il proprio interlocutore principale a livello sindacale (mi riferisco ai cartelli promossi da PRC e PdCI e da MRS e SD) mettono la CGIL in una situazione nuova nella quale la riaffermata autonomia si accompagna ad un isolamento nel panorama politico.
La situazione, dunque, non è favorevole né sul versante della crisi economica, né su quello dei rapporti di forza tra le classi sociali, né sul versante dei rapporti politici.
E’ il momento di confermare le scelte che ci hanno permesso di affrontare questa difficile temperie politica, senza illuderci che basti aspettare che passi la nottata per riprendere il cammino precedente.
La CGIL ha una sola opzione (o meglio le scelte possibili sarebbero tante, ma noi intendiamo una sola possibilità che le permetta di confermarsi come sindacato di classe, democratico e rappresentativo) quella di confermare la linea che ci ha impegnato in questi anni per contrastare la precarietà, estendere i diritti, rivendicare aumenti salariali. I tentennamenti su quella linea hanno pesato anche sui destini della sinistra politica (basta pensare al Protocollo sul Welfare del 23 luglio…).
Alle militanti e ai militanti della CGIL, si chiede una disponibilità al sacrificio, alla tensione ideale, assolutamente controcorrente. Alla organizzazione è chiesta la capacità di discutere, riflettere e prepararsi ad una fase difficile e inedita, nella quale la nostra unica forza sarà la capacità di coinvolgere i lavoratori.

Andrea Montagni
fonte:news.cgil.it/LavoroSocieta/

RICETTE PER LA CRISI


Sul Corriere della Sera Francesco Giavazzi invita a eliminare la Cassa integrazione e a sostituirla con l’indennità di disoccupazione. E’ un modo neanche tanto nascosto di dire che bisogna passare ai licenziamenti di massa. La Cassa integrazione infatti, secondo l’economista ultraliberista, impigrisce il lavoratore, lo illude, gli fa credere che può salvare il suo posto di lavoro quando non è così. Mentre una sana indennità di disoccupazione lo spingerebbe a darsi da fare per trovare un altro posto. Come si vede, nonostante la crisi, le banalità reazionarie dei liberisti sono sempre quelle. Quello che è significativo, però, è che si lancino queste provocazioni in un contesto nel quale tutto si muove contro i diritti sociali e contrattuali dei lavoratori. Il Governatore della Banca d’Italia, Draghi, ha già detto che la vacanza è finita, che l’intervento pubblico che c’è stato nell’economia deve già considerarsi concluso per tornare al rigore dei pubblici bilanci. (...)

Questo senza che lavoratori, disoccupati e pensionati abbiano ottenuto un solo centesimo in più, visto che tutto l’intervento pubblico sui mercati è stato a favore della finanza e delle banche. Ma altri segnali ancor più gravi addensano nubi sui diritti dei lavoratori. L’Europa registra il voto di destra nel modo più semplice e immediato: chiedendo di aumentare l’età pensionabile per le donne e l’orario di lavoro per tutti. In Gran Bretagna la British Airways chiede ai dipendenti di rinunciare a un mese di stipendio per salvare l’azienda, “lo faccio anch’io” dice l’amministratore delegato, che rinuncia a un mese di retribuzione a 61 mila sterline. In Italia la Xerox chiede ai lavoratori di rinunciare alle ferie, e fa un sondaggio sulle loro disponibilità a questa rinuncia. Così che nel futuro si sappia, magari quando c’è da mettere in cassa integrazione o licenziare con la ricetta di Giavazzi, chi è più fedele e disponibile verso l’azienda e chi no. Infine, ma questo in fondo è l’elemento più scontato, Fim e Uilm preparano la piattaforma separata per il rinnovo del Contratto, chiedendo in tre anni meno di quello che prima chiedevano in due, “prendi due e paghi tre”.
Insomma, mentre i dati sulla crisi annunciano che le chiacchiere di Berlusconi non hanno fatto salire il Pil, che anzi sprofonda nel 6% e resterà in basso per tutto il prossimo anno. Mentre la crisi si aggrava, c’è già chi pensa di risolverla con i licenziamenti di massa, la riduzione dei diritti e le discriminazioni, il taglio dei salari. Altro che cambiare strada, si vuole usare nella crisi il peggio delle politiche liberiste che la crisi hanno provocato. Non è davvero il momento di essere moderati e riformisti.

Giorgio Cremaschi

Roma, 17 giugno 2009


G.Cremaschi - La crisi si aggrava e si minacciano i lavoratori



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FONTE :RETE28APRILE


LAVORO: PRIMO TRIMESTRE -204MILA POSTI (-0,9%)


di Alessia Tagliacozzo

ROMA - Per la prima volta dopo 14 anni di crescita ininterrotta l'occupazione in Italia cala: nel primo trimestre 2009 gli occupati nel nostro Paese diminuiscono di 204.000 unità rispetto allo stesso periodo del 2008 (-0,9%) mentre le persone in cerca di lavoro crescono di 221.000 unità portando il tasso di disoccupazione al 7,9% (+0,9 punti percentuali rispetto al 7% dello stesso trimestre dell'anno scorso). Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ridimensiona l'allarme e sottolinea che si tratta di dati "inferiori" a ciò che si poteva temere a fronte della crisi economica. In particolare il ministro ricorda che solo alla fine degli anni Novanta i tassi di disoccupazione in Italia superavano il 12% e che il dato del primo trimestre è migliore degli altri Paesi. I dati diffusi oggi dall'Istat sottolineano come il calo sia esclusivamente da imputarsi alla componente italiana (-426.000 unità) mentre quella straniera cresce su base annua di 222.000 unità. Nel complesso gli occupati nel trimestre erano 22.966.000 (dati non destagionalizzati) mentre i senza lavoro arrivano a quota 1.982.000.

- CRESCE LAVORO DIPENDENTE, CROLLA AUTONOMO CON PICCOLI IMPRENDITORI E COLLABORAZIONI: Nonostante la perdita complessiva di 204.000 posti il lavoro dipendente guadagna 66.000 unità. Il calo dell'occupazione infatti è da ricercarsi nel lavoro indipendente (-270.000 posti). Nel lavoro autonomo le collaborazioni hanno perso 107.000 unità mentre i piccoli imprenditori sono diminuiti di 163.000 unità. L'aumento del lavoro dipendente è stato possibile grazie alla crescita di quello a tempo indeterminato (+219.000 posti) mentre quello a termine ha perso 154.000 unità.

- DIMINUISCONO ITALIANI, CRESCONO STRANIERI:il mercato del lavoro è sempre più straniero con 222.000 posti in più a fronte di un calo di occupazione tra gli italiani di 426.000 unita. Il dato risente soprattutto della crescita della popolazione immigrata. Il tasso di occupazione infatti diminuisce anche tra gli stranieri (-0,5%) anche se proporzionalmente meno rispetto alla media del Paese (-0,9%). L'Istat segnala che si tratta spesso di lavori meno qualificati anche se in molti casi dipendenti e a tempo indeterminato.

- MERCATO INVECCHIA, GIOVANI FANTASMA: Rispetto a un anno fa i giovani con meno di 34 anni che lavorano sono 408.000 in meno. Il loro tasso di occupazione ha perso 2,5 punti percentuali passando dal 50,4% del primo trimestre 2008 al 47,9% dei primi tre mesi del 2009. Il dato è in gran parte condizionato dal calo delle occupazioni precarie con 154,000 contratti a termine in meno e 107.000 collaborazioni perdute. Per gli ultracinquantenni la tendenza è opposta con una crescita di 150.000 persone al lavoro in questa fascia di età rispetto all'anno scorso soprattutto grazie alle nuove regole sulla previdenza. Nel complesso tra i 15 e i 64 anni il tasso di occupazione è sceso dal 58,3% al 57,4%. Se le donne perdono sei decimi di punto (dal 46,9% al 46,3%) il tasso di occupazione maschile perde 1,2 punti passando dal 69,7% al 68,5%.

- SUD PENALIZZATO: la maggior parte dei posti di lavoro è stata persa al Sud (-114.000 posti) mentre il Nord ha perso 46.000 posti e il Centro 44.000. Nel Mezzogiorno pesa ancora una volta l'effetto scoraggiamento con il calo di 112.000 persone tra le forze di lavoro. Di fatto nell'area quindi la disoccupazione aumenta in modo marginale (+2.000 unità) a causa del gran numero di persone che rinuncia direttamente a cercare lavoro.

- CRESCONO OCCUPATI COSTRUZIONI, CALO NEGLI ALTRI SETTORI:l'unico settore ad avere un segno positivo per l'occupazione sono le costruzioni (+1,7%) mentre gli altri comparti a partire dall'agricoltura (-3,4%) fanno un passo indietro rispetto al primo trimestre 2008. A fronte del calo dello 0,9% complessivo l'industria in senso stretto segna un calo dell'1,6% mentre i sevizi perdono lo 0,8% degli occupati.
fonte:www.ansa.it

UN MILIONE DI DISOCCUPATI IN PIÙ


Le cifre cambiano di pochi decimali, ma quello che unisce le previsioni di tutte le maggiori istituzioni internazionali è il pessimismo. Che si esprime anche con continue revisioni al ribasso delle precedenti stime. Ieri è stata la volta del CsC, il Centro studi della Confindustria, a fornire il nuovo quadro previsionale. Quest'anno è dato ormai per perso: il Pil diminuirà del 4,9%, rispetto alla una precedente stima del 3,5%. Per il prossimo anno, invece, è prevista una leggera ripresa con il Pil che dovrebbe risalire dello 0,7%. Ma la ripresa - come ha dichiarato il direttore di CsC «si preannuncia lenta: non si hanno per ora avvisaglie di un rimbalzo più deciso». Poi con pessimismo ha aggiunto: «si delinea una ripresa ripida, nel senso di qualcosa di difficile, faticoso, impegnativo. Al di là dei piccoli progressi di domanda e attualità, graveranno a lungo sulle prospettive gli abissali livelli perduti, che non saranno colmati in tempi brevi». Risultato: «la ripresa continuerà a mordere anche nei prossimi mesi». E, come ha sostenuto la Marcegaglia, se il governo non si da una smossa, serviranno 5 anni per tornare ai livelli produttivi pre-crisi.
La Confindustria, insomma, non è ottimista. Tra l'altro conferma una cifra che già era stata fatta dalla Cgil mesi fa: in due anni la recessione provocherà la perdita di un milione di posti di lavoro. In alcuni casi mascherati dal ricorso - delle aziende che possono - con il ricorso alla Cassa integrazione, ma più speso con licenziamenti secchi. Anche se il CsC non lo dice - come invece ha fatto esplicitamente Bankitalia - i più esposti al rischio sono i lavoratori atipici. Il tasso di disoccupazione nel 2010 toccherà il 9,3% (l'Ocse è più pessimista e parla del 10%) il livello più alto dal 2000. Come conseguenza diretta della riduzione dei redditi da lavoro, diminuiranno i consumi (-1,9%, in accelerazione dallo 0,9% del 2008). Per gli investimenti (vista la scarsa domanda e l'abbondanza di capacità produttiva inutilizzata) sono previste cadute a due cifre.
Per finire i conti dello stato: il deficit pubblico è destinato ad aumentare nel 2009 al 4,9% del Pil, dal 2,7% nel 2008, e inizierà a rientrare nel 2010 (4,7%). Il debito pubblico crescerà dal 105,7% del Pil toccato nel 2008 al 114,7% nel 2009, fino raggiungere nel 2010 il 117,5%. L'aumento, secondo il CsC, «é attribuibile al peggioramento del deficit e, in misura contenuta, agli interventi di sostegno al sistema bancario previsti dal decreto anticrisi, ma soprattutto all'andamento del denominatore del rapporto». Il che significa che se il Pil (il denominatore) non cresce, i rapporti percentuali con il deficit e il debito tendono inevitabilmente a deteriorarsi.
Una analisi pessimista e condivisibile: ma cosa propone la Confindustria per uscire dalla crisi? Sostanzialmente nuove riforme (della Pa) e nuove liberalizzazioni. Secondo le cifre illustrate, l'effetto sarebbe una crescita del Pil italiano nei prossimi venti anni del 30%. In particolare - ha sottolineato il direttore del Centro studi - «il prodotto interno lordo potrebbe potenzialmente» di questa entità «solo intervenendo in quattro settori in particolari: la riduzione della burocrazia, o comunque una pubblica amministrazione più efficiente, il potenziamento delle infrastrutture, l'allineamento del capitale umano o di cultura verso altri paesi, le liberalizzazioni». Quanto al Mezzogiorno, «le politiche messe a punto per tutto il paese e mirate alla maggiore efficienza nei settori più colpiti devono essere accentuate al Sud, perché lì gli effetti sono maggiori e amplificati».
Per la Marcegaglia: «alcuni segnali di miglioramento» ci sono, ma questo non significa che l'emergenza sia finita. « Se non cambiamo, se non facciamo cose concrete, ci metteremo almeno 5 anni a tornare ai livelli pre-crisi», avverte la presidente di Confindustria. Questi mesi, per la Marcegaglia, saranno essenziali per tornare ad agire, altrimenti «rischiamo di perdere un pezzo del sistema produttivo». Una dichiarazione in linea con quanto sostenuto da Mario Draghi nelle considerazioni finali del 29 maggio. Per il governatore di Bankitalia: «una volta sperata la crisi, il nostro paese si ritroverà non solo con più debito pubblico, ma anche con un capitale privato - fisico e umano - depauperato dal forte calo degli investimenti e dall'aumento della disoccupazione». Infine la presidente degli industraili ha anche dichiarato: «la guerra all'illegalità è una mission fondamentale di questa mia Confindustria».
Roberto Tesi
19/06/2009 | Manifesto | Economia

fonte:www.cgil.it